13.Lug.10

Cronaca “Milanesiana” di una serata con Jonathan Coe e Patrick McGrath

Ho assistito finalmente a una delle serate de “La Milanesiana”, definito “Festival di Letteratura Musica Cinema Scienza”; per una volta, ammettiamolo, tanta prosopopea è giustificata dal cartellone. Solo lunedì erano ospiti Jonathan Coe, Patrick McGrath, George Romero e il trio sperimentale FGS, di cui fa parte Paolo Fresu. Tutti gli ospiti erano chiamati a dibattere a proposito dei Paradossi della Normalità, com’è stato declinato il filo conduttore di tutti gli eventi in programma quest’anno a Milano, dal 5 al 19 luglio.

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Stamattina parlavo davanti al mio bicchiere di latte macchiato (ma rivolgendomi alla collega), perché ebbene sì sono dedita alle chiacchiere da bar: per una volta che nel locale non era il calcio a farla da padrone, riflettevamo sull’identità paradossale di Milano.
Fredda esternamente e amichevole se ci entri in confidenza, come l’hanno definita i due architetti che ci hanno, quindi, omaggiati del nuovo edificio Bocconi basato su questo assunto. (Non c’è che dire, fuori è un bel blocco di cemento scostante; almeno metà dei propositi sono stati raggiunti.) Dicevamo, ci si lamenta sempre che a Milano non ci sia niente da fare ma, ritrovati single iscriviti a due newsletter leggi tre blog e parla con un ufficio stampa, insomma io ricevo un paio di inviti al giorno per partecipare a eventi vari ed eventuali, quasi sempre in comodo orario aperitivo.

Ieri sera ho addirittura tirato tardi e messo mano al portafogli, per assistere finalmente a una delle serate de La Milanesiana, definito Festival di Letteratura Musica Cinema Scienza; per una volta, ammettiamolo, tanta prosopopea è giustificata dal cartellone. Solo lunedì erano ospiti Jonathan Coe, Patrick McGrath, George Romero e il trio sperimentale FGS, di cui fa parte Paolo Fresu.
Sinceramente, del regista dei morti viventi non ero intenzionata ad ascoltare una parola, ma ho pensato che il costo del biglietto fosse competitivo anche rispetto a un apprezzamento selettivo del programma. A posteriori, mi verrebbe da dichiararmi allora ancor più soddisfatta, perché Romero (in linea con il filo conduttore del festival, i paradossi) ha scelto di affrontare un tema che mi ha piacevolmente spiazzata, e persino l’incomprensibile Enrico Ghezzi intervenuto a ruota è stato subito mitigato dal commento a sorpresa di Chiambretti.
Sempre parlando di paradosso, proprio il Fresu su cui puntavo metà della mia spesa serale mi ha delusa, se non assopita, con tutto che si è esibito con un pianista e un percussionista (Trilok Gurtu e Omar Sosa) davvero entusiasmanti. Appunto, era solo il trombettista a fare il sostenuto. Gli va bene che ho deciso di incentrare il post sulla letteratura, quindi chiudo qui la parentesi critica.

Torniamo quindi indietro, al momento in cui Jonathan Coe sale sul palco. Oh, lo humour inglese. La distinzione con cui uno scrittore di questo calibro può sparare una battuta mediocre (Questo è un testo molto breve, ma ha richiesto molto tempo per essere scritto… il che è già un paradosso!) e tutti subito col sorrisetto sulle labbra. Freddo ma amichevole, pure lui.
Ma è stato lo stesso Coe a rimarcare il legame con la nostra situazione; sempre senza bisogno di dichiararlo, o anche solo insistere un attimo sulla coincidenza per cui si mette a parlare di satira in Italia. Con un intervento scritto apposta per la serata, ma che vuol dire. Senza neppure infierire, le conclusioni di Coe sono apparse ugualmente lampanti. (Cito un minchia esclamativo che ho sentito nel buio a provare significativamente la mia tesi, ma non escludo di averlo pronunciato io stessa.)
Lo scrittore ha dissertato a proposito dell’impossibilità della satira a destabilizzare il potere. E infatti, ai potenti non importa troppo di essere sbeffeggiati. Neppure a un certo esponente di alto profilo mediatico e bassa statura, che a ben pensarci è intervenuto con ben altro tipo di censura sulle televisioni (e le case editrici) di sua proprietà o in vari modi acquisite. Chi davvero è padrone della situazione, se non di un paese, ha davvero compreso il paradosso della satira: nasce per ribellione, ma non è oppositiva, anzi avvicina tra loro quelli che si trovano a subire separatamente la stessa ingiustizia. Se prima si sentivano soli, a sopportare il peso dell’angheria, ora si risollevano letteralmente grazie a una risata in compagnia. Ne escono… soddisfatti, quasi. A dispetto di quanto sperano gli scrittori quando lanciano i loro strali, la satira non è affatto rivoluzionaria: quale modo migliore per mantenere lo status quo.
Mi piacerebbe vedere pubblicato da qualche parte questo scritto, perché non ho mai trovato più sottilmente espresso il mio dubbio nei confronti di tutte le forme di protesta (a)politica in Italia, dai girotondi ai gruppi su Facebook che cercano di dimostrare che un pomodoro ha più fan di Berlusconi. Coe sostiene quanto ho pensato, delusa, assistendo a Promemoria di Marco Travaglio, dove appunto il giornalista ha smesso di fare informazione e si è dato alla satira: lo spettacolo non avrebbe mai aperto gli occhi a un elettore di destra, infatti a vederlo c’erano solo persone che la nostra storia la conoscevano a menadito. Insomma, dobbiamo sempre aspettare che arrivi a dircelo un inglese, emblema del pragmatismo anche in letteratura (mai che abbia bisogno di forzare la mano su una descrizione, Coe): quand’è che cominceremo a fare sul serio? Se non la politica, almeno quella che si spaccia per la sua opposizione.

A proposito. Rendendomi conto dell’inefficacia dei miei scritti a dare un senso al mio passato prossimo e sentimentale, ieri sera ho deciso che invece aspetterò nel silenzio stampa il 2011. Non è l’anno della profezia Maya, ma quello dell’uscita del nuovo libro scritto da Patrick McGrath, di cui lunedì ha letto un capitolo in anteprima. L’autore non è un grande interprete dei suoi lavori, nonostante il suo stile di lettura quasi frettoloso e il contrappunto della mimica facciale lo rendano interessante, ma l’estratto mi ha conquistata lo stesso.
Difficile non provare un déjà vu, guardando (allo specchio) questa giovane che affianco a un uomo che la osserva, la studia, in buona sostanza si occupa di lei… si sente salva. Dice di sé, era una bambina che stava morendo di sete, cui finalmente lui dava dell’acqua; ma all’epoca lei non poteva rendersi conto della sua malattia, non essendo mai stata sana prima.
Se conosco Patrick McGrath, credo che questo idilliaco capitolo non sia che il paradossale preambolo di ben altro svolgimento. Ebbene, non vedo l’ora di conoscerne il seguito, per leggervi forse quel qualcosa che, della mia stessa storia, temo mi sfugga ancora…

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