19.Giu.10

José Saramago: memoriale dell’intellettuale

La notizia della scomparsa di José Saramago, ieri, mi ha colpita profondamente, più di quanto mi aspettassi. Vero è che sono letteralmente affezionata ai suoi libri, a “Memoriale del convento” in particolare, ma oggi mi sono ritrovata a riflettere e scrivere sul motivo di questa commozione, che evidentemente trascende i meriti letterari e affonda nella condivisa necessità di fare cultura, in un contesto all’interno del quale un intellettuale integerrimo non soltanto ha smesso di essere considerato di pubblico esempio, ma viene spesso ostracizzato.

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L’ho scoperto per caso, ma il caso ha voluto che lo scoprissi prima ancora che i giornali diffondessero la notizia. A proposito della morte di José Saramago, quindi, non ho letto che un articolo sul Corriere della Sera online, stamattina. Premio Nobel, amico di Dario Fo (segue altra citazione del Premio Nobel), curatore di questo e direttore di quello, scrittore con uno stile particolarissimo. Roba che neanche Wikipedia: infatti, tengo in considerazione l’enciclopedia democratica come non faccio invece con questo scritto (altrettanto anonimo).
Un amico mi ha riferito oggi di come i telegiornali, poi, abbiano relegato il breve servizio alla prossimità con i titoli di coda, dopo gli ultimi sviluppi dai campi di calcio del Mondiale (che pure pare sia ben noiosetto). Con tutto che R. è un giornalista sportivo e potrebbe quindi avere un ordine diverso delle proprie priorità, ha definito la scelta editoriale una vergogna. Aggiungendo che, parlando di Saramago, i giornalisti non facevano che citare il Nobel, come se nella letteratura i titoli attestassero la qualità allo stesso modo che nello sport.
Io di titoli blasonati ne ho letti tanti. Direi tutti quelli che contano, abbastanza comunque da dare ragione al mio amico, che delle volte i premi letterari sono attribuiti più per ragioni contingenti che sulla base di un giudizio strettamente legato all’opera. (Provate altrimenti a levarmi il dubbio a proposito di Pamuk e dello Strega al Come Dio comanda di Ammanniti, tanto per citare un paio di casi equamente distribuiti tra dimensione italiana e internazionale.)

Allora, se mi sono commossa alla morte di Saramago, è perché non lo consideravo soltanto uno dei più grandi scrittori della storia: sì che, non fosse per rispetto del suo antidogmatismo appassionato, direi che lui (con Günter Grass e Heinrich Böll) è parte della mia personalissima e sacrosanta triade letteraria. Tanto che non mi azzarderò ad abbozzare una qualunque critica della sua produzione, dirò solo che migliaia sono i libri che ho letto e solo tre quelli che mi hanno ridotta alle lacrime. All’estasi, sarebbe più giusto dire. (La mia tendenza a divinizzare gli scrittori preferiti è dura a sopprimere, a quanto pare.)
Non è (solo) una questione di stile. Neppure di storia, intesa come trama. Secondo me una certa grandezza la si raggiunge solo per esigenza, l’esigenza di parlare di certi argomenti in un certo modo inesplorato perché abbiano ancora senso, non muoiano nell’inattualità, perché si è convinti intimamente della necessità che sopravvivano, a dispetto di un tanto comodo oblio. Per rinnovare il dolore dell’ingiustizia subita, forse, ma vendicarla anche.

Voglio ricordare José Saramago come l’intellettuale, che ce ne sono pochi, che avrei voluto andare a sentir parlare l’anno scorso e ora mi pento di non esserci andata, chinando il capo non davanti a una lezione di vita ma sotto l’ennesima forma di sfruttamento sul lavoro. Come lo scrittore ultraottantenne che ci ha messo sessant’anni a trovare il suo modo di scrivere, ma è stato rapidissimo a utilizzare internet per trasmettere il suo sdegno etico a chiunque volesse leggerlo (alla faccia di Einaudi, che pare abbia rifiutato di stampare quanto già scritto sul blog dell’autore). Come l’uomo di cui tutti parlavano su Twitter a due ore dalla scomparsa, quando i media manco se n’erano accorti. L’ho saputo così, scorrendo saluti e citazioni lungo la timeline, che ci aveva abbandonati (è questa la sensazione) un grande uomo, non un semplice scrittore: guardi tra i tuoi amici in quanti gli dicono addio e capisci che non è un caso, se avete finito per trovarvi sui social network nonostante distanze e differenze.
Mi è rimasto impresso un motto sentito una volta, sei quello che ascolti, ma non chi ti ascolta, riferito al fatto che i teenager si riconoscono nei propri gruppi preferiti ma non si può dire il contrario. Mi è impossibile dire se Saramago s’identificasse nei propri lettori, e in quali, ma voglio ricordarlo come l’uomo che mi ha permesso ieri di riconoscere in tante persone una comunità trasversale (quasi clandestina), che crede ancora, fermamente e appassionatamente, nella cultura come un valore civile.

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