11.Nov.08

Arte della Controriforma in Lombardia: gli artisti a rapporto con San Carlo Borromeo

Prosegue il ciclo di conferenze che Villa Pomini dedica alla pittura moderna: l’Associazione “Amici dell’Arte” di Castellanza, presieduta da Alessandra Oldani, invita difatti la cittadinanza domani sera, mercoledì 12 novembre alle ore 21.00, all’ascolto del […]

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Prosegue il ciclo di conferenze che Villa Pomini dedica alla pittura moderna: l’Associazione “Amici dell’Arte” di Castellanza, presieduta da Alessandra Oldani, invita difatti la cittadinanza domani sera, mercoledì 12 novembre alle ore 21.00, all’ascolto del secondo incontro dedicato al tema de “La pittura lombarda tra Manierismo e Barocco”.

Come già per l’incontro precedente del 22 ottobre, incentrato sui Fratelli Campi e il Manierismo in Lombardia, relatore sarà Claudio Giorgione, curatore del Dipartimento “Leonardo, Arte e Scienza” del Museo Nazionale della Scienza e della tecnologia di Milano, che in quest’occasione guiderà il pubblico lungo il delicato passaggio vissuto dall’arte moderna al sopravvento della Controriforma, citando i significativi esempi di Giovanni Ambrogio Figino e Simone Peterzano.

A metà del Cinquecento la Chiesa romana doveva difatti far fronte tanto al protestantesimo che alle polemiche interne, sempre incentrate su una riforma dei costumi che riportasse l’ortodossia cristiana alla purezza delle origini, contro l’imperante degrado dell’epoca. Anche e soprattutto l’arte, veicolo prioritario per l’affermazione dell’immagine pubblica della Chiesa, dopo la conclusione del Concilio di Trento nel 1563 viene sottoposta a revisioni piuttosto radicali, a cominciare dall’istituzione di un controllo diretto sulle opere religiose: al pittore viene chiesta “chiarezza e verità”, ovvero la realizzazione di quadri leggibili e conformi alle Sacre Scritture, il cui decoro è la totale negazione dei precedenti fasti del Manierismo, che aveva fatto dell’infrazione alla regola la propria stessa norma.
La Lombardia (assieme alla Bologna del cardinal Paleotti) è uno degli esempi più significativi di attuazione della Controriforma nell’arte, grazie al contributo di San Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano, che nel 1577 delibera in materia promulgando le “Instructiones fabricae et suppellectilis ecclesiasticae”: interessante difatti sarà vedere come gli artisti, che fino al giorno prima erano dediti allo stile profano del Manierismo, si trovano ora a sviluppare un linguaggio che parla di devozione, affetti, intimità e religione.

Con la massima libertà rispetto alla conferenza, si coglie qui l’occasione per notare come, ad una lettura attenta delle opere, più che una “conversione” degli artisti alla causa cattolica si verificò una mediazione tra le due istanze (quella creativa e quella “di Stato”), processo che conosce diversi esiti a seconda della località specifica e che, in effetti, nel nascente “naturalismo lombardo” (o nel fenomeno dei “pittori della realtà”) ha sì un risultato notevole, che però non è estraneo alla posizione strategia della Pianura Padana come crocevia tra il Nord Europa (la fiamminga verità ottica del particolare) e le corti centrali; si pensi d’altronde ai precedenti illustri di Lorenzo Lotto a Bergamo o del locale Gerolamo Savoldo, per non risalire direttamente alla presenza leonardesca in quel di Milano. Ben altri sono i risultati scaturiti da crisi mistiche “sentite”, quali quelle di Botticelli a causa del Savonarola o dello stesso Michelangelo.

Se quindi le nuove istanze religiose vanno a innestarsi su un terreno già storicamente ricettivo a temi quali l’intimismo psicologico e l’aderenza al vero, vale la pena ricordare che la stessa nozione manierista di artificio non scomparirà poi del tutto, venendo spesso semplicemente piegata all’espressione di un messaggio “altro” rispetto all’autoreferenzialità precedente; tant’è, il Barocco farà della teatralità e del dramma una delle proprie maggiori chiavi di lettura, in contrasto o coniugata alla vocazione naturalistica. Resta indubbio il valore della composizione, letteralmente della costruzione visiva del quadro per linee e volumi anatomici, spesso pronunciati all’esasperazione come nel San Matteo del Figino.

Simone Peterzano, ancora, riesce a coniugare la formazione coloristica acquisita in Veneto (al fianco di un vero genio della sregolatezza, qual era Tiziano Vecellio) con l’austera monumentalità richiesta nella pianura padana: massimo esempio di questo equilibrio sono gli affreschi della Certosa di Garegnano. Peterzano sarà l’importante tramite tra l’uso sontuoso del colore nel Rinascimento veneziano e la declinazione drammatica ed espressiva che il suo allievo Michelangelo Merisi (nient’altri che il Caravaggio) saprà attribuire alle proprie tinte, ormai pienamente in linea con il nascente Barocco.

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