29.Ott.08

La conoscenza non è una donazione: a difesa della democrazia

Ho seguito con malcelato entusiasmo l’ondata di protesta (il termine rivolta mi sembra sia fuori luogo, ancora) che ha investito gli istituti scolastici italiani di ogni grado al prospettarsi della paventata “riforma dell’istruzione” ad opera […]

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Ho seguito con malcelato entusiasmo l’ondata di protesta (il termine rivolta mi sembra sia fuori luogo, ancora) che ha investito gli istituti scolastici italiani di ogni grado al prospettarsi della paventata “riforma dell’istruzione” ad opera del Ministro Gelmini. Sono convinta che il coinvolgimento esteso di figure sociali differenti e aventi interessi potenzialmente contrastanti (insegnanti, studenti, persino genitori) sia la smentita evidente di quello che sostiene il Governo in carica: non è una strumentalizzazione politica. E’ la dimostrazione di un allarme comune e sentito, al di là di quello che si racconta in giro. A dispetto infatti di quanto sostenuto anche su autorevoli testate giornalistiche, una frequentatrice di blog e network sociali come me ha potuto constatare che le discussioni vengono condotte leggi alla mano, riportando dati e fonti istituzionali. Se poi, a fronte di questi elementi, i cittadini decidano di protestare spontaneamente (che poi l’opposizione politica segua, poco ci interessa), bisognerebbe considerare tale agitazione come la libera espressione popolare. Fino a prova contraria, proprio quella che i governatori sono tenuti a considerare e rispettare. Vogliamo spostare l’accento su quanti stiano protestando, ovvero se questi moti siano maggioritari o meno rispetto all’elettorato nella sua totalità? Mi sembra sia però una voce consistente a sufficienza da essere quantomeno chiamata in causa, prima di legiferare in merito. Cosa che mi risulta non sia stato mai fatto. Non voglio qui discutere nei particolari i tagli alla scuola dell’obbligo e all’istruzione superiore, che personalmente non giudico condivisibili, solo perchè non mi ritengo informata a sufficienza. Solo affrontando un singolo atto legislativo, specifico per le università, voglio però dimostrare che c’è in atto ben più di un taglio agli interessi di categoria e che tale modifica radicale, percepita dalla comunità, sta invece passando sotto silenzio per quanto concerne gli organi di informazione e la stessa reazione del Governo alle proteste. Come se non stesse succedendo nulla, come se la base stesse sbraitando contro i mulini a vento.
E qui cito un aneddoto che trovo divertente, se non fosse che l’ho letto sull’editoriale di oggi del Corriere della Sera. L’incipit dell’articolo di Francesco Giavazzi intitolato “La fabbrica dei docenti”, a riguardo dello stato in cui versano le università italianem così recita:

Studenti e professori protestano contro una riforma che non esiste

Deve essermi sfuggito qualcosa. Mi risulta sia stata promulgata la legge n. 133 del 6 agosto 2008 che contempla il seguente articolo (qui riportato in stralcio, ma sul sito della Camera dei Deputati è presente nella sua interezza):

Art. 16.
Facoltà di trasformazione in fondazioni delle università

1. In attuazione dell’articolo 33 della Costituzione, nel rispetto delle leggi vigenti e dell’autonomia didattica, scientifica, organizzativa e finanziaria, le Università pubbliche possono deliberare la propria trasformazione in fondazioni di diritto privato. La delibera di trasformazione e’ adottata dal Senato accademico a maggioranza assoluta ed e’ approvata con decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze. La trasformazione opera a decorrere dal 1° gennaio dell’anno successivo a quello di adozione della delibera.

2. Le fondazioni universitarie subentrano in tutti i rapporti attivi e passivi e nella titolarità del patrimonio dell’Università. Al fondo di dotazione delle fondazioni universitarie e’ trasferita, con decreto dell’Agenzia del demanio, la proprietà dei beni immobili già in uso alle Università trasformate.

4. Le fondazioni universitarie sono enti non commerciali e perseguono i propri scopi secondo le modalità consentite dalla loro natura giuridica e operano nel rispetto dei principi di economicità della gestione. Non e’ ammessa in ogni caso la distribuzione di utili, in qualsiasi forma. Eventuali proventi, rendite o altri utili derivanti dallo svolgimento delle attività previste dagli statuti delle fondazioni universitarie sono destinati interamente al perseguimento degli scopi delle medesime.

5. I trasferimenti a titolo di contributo o di liberalità a favore delle fondazioni universitarie sono esenti da tasse e imposte indirette e da diritti dovuti a qualunque altro titolo e sono interamente deducibili dal reddito del soggetto erogante. Gli onorari notarili relativi agli atti di donazione a favore delle fondazioni universitarie sono ridotti del 90 per cento.

6. Contestualmente alla delibera di trasformazione vengono adottati lo statuto e i regolamenti di amministrazione e di contabilità delle fondazioni universitarie, i quali devono essere approvati con decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze. Lo statuto può prevedere l’ingresso nella fondazione universitaria di nuovi soggetti, pubblici o privati.

7. Le fondazioni universitarie adottano un regolamento di Ateneo per l’amministrazione, la finanza e la contabilità, anche in deroga alle norme dell’ordinamento contabile dello Stato e degli enti pubblici, fermo restando il rispetto dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario.

8. Le fondazioni universitarie hanno autonomia gestionale, organizzativa e contabile, nel rispetto dei principi stabiliti dal presente articolo.

Giavazzi prosegue nel suo articolo parlando dei tagli ma non cita mai il brano sopra riportato:

La legge finanziaria dispone un taglio ai fondi all’università che è significativo, ma non drammatico: in media il 3% l’anno (1,4 miliardi in 5 anni su una spesa complessiva di circa 10 miliardi l’anno). Si parte da tagli quasi nulli nel 2009, mentre poi le riduzioni diverranno via via crescenti per raggiungere la media del 3% nell’ arco di un quinquennio.

Cerchiamo di fare una semplice addizione: da una parte lo Stato nega i fondi, dall’altra permette ad enti privati di sopperire alle mancanze (defiscalizzando le donazioni e, incentivo non trascurabile, rendendole del tutto deducibili dal reddito). Forse non sono più capace di interpretare correttamente un testo legislativo: sbaglio o questo vuol dire la potenziale privatizzazione dell’istruzione universitaria in Italia? Certo, leggerete che il Ministero si riserva il controllo della corretta gestione e dell’osservanza dei principi alla base dell’istituzione. Il punto però è giusto un altro principio: l’ingresso di un interesse privato in una questione di pubblica utilità e alta rilevanza sociale qual è l’istruzione ai massimi livelli. Lo Stato sta abdicando in favore del mercato. Questa è una riforma, che lo si voglia ammettere o meno.

Non può esserci che una logica conseguenza a tale strategia, precisamente l’inasprimento di quello che il Governo dichiara di voler abolire, ovvero gli sprechi economici dovuti al nepotismo e la supremazia dei “baroni” nelle università. Perchè mi sembra insensato sperare nell’ideale filantropico, quando è ben più probabile un altro scenario: l’ingresso in campo di finanziatori privati interessati ad indirizzare le ricerche verso determinati esiti. Al di fuori della pubblica amministrazione, che a dispetto di quanto sostenuto dal Premier Berlusconi non può funzionare come un’azienda (dal momento che ha responsabilità etiche maggiori, che esulano dal semplice pareggio in bilancio, proprio sancite dal patto sociale con l’elettorato), la legge di mercato prevede che un investimento debba avere un ritorno economico di maggiore entità. Pongo qui un caso per assurdo, privo di riscontro reale e, soprattutto, apparentemente “innocuo”: un ricercatore di storia moderna scopre un faldone nell’archivio della Chiesa di Q, che documenta un movimento ereticale segretamente orchestrato proprio da alcuni tra i massimi vertici dei difensori dell’eterodossia cattolica del Cinquecento, i Gesuiti. Tralasciamo lo scenario da “Codice da Vinci” e proseguiamo nell’ipotesi: la Facoltà di Lettere e Filosofia della città di Q, costituitasi fondazione, è finanziata da una società che vende immagini devozionali del Patrono (gesuita, ovvio) del luogo. Detta azienda non sarà “casualmente” molto favorevole perchè vengano compiute determinate ricerche piuttosto che altre? I finanziamenti verranno davvero erogati in base al merito, ignorando i possibili riscontri sul mercato? Alcuni professori non verranno considerati meglio di altri, perchè più utili? I programmi dei corsi universitari non restituiranno una precisa (e controllata) versione dei fatti? Gli studenti non saranno sempre più indottrinati dai “baroni” messi al vertice proprio a tal fine? Giavazzi invoca appunto

meccanismi di selezione rigorosi, in assenza dei quali le università […] vendono favole

e sono assolutamente d’accordo, mi dichiaro convinta per la meritocrazia. Ma non credo che coinvolgere individui giuridici aventi scopi diversi dal bene pubblico (per loro intima costituzione, per carità) possa giovare alla causa.

Giavazzi accusa i ricercatori di voler accedere al dottorato soltanto per assicurarsi un posto a vita. Andrebbe meglio se a motivare gli studiosi fosse una mazzetta ben più ingente di uno stipendio da pubblico impiego? Questo, detto proprio fuori dai denti.

Qualche mese fa dei ricercatori della Mayo Clinic nel Minnesota hanno scoperto che le multinazionali produttrici di tabacco hanno tenuto segreto per trent’anni il risultato di una ricerca condotta sui componenti delle sigarette, dalla quale emergeva che tra le sostanze tossiche vi è anche il letale polonio 210. L’indagine scientifica era passata sotto silenzio per comprensibili ragioni di opportunità strategica. Io mi chiedo: se a finanziare la ricerca della Mayo Clinic fosse stata la Marlboro o soggetto analogo, onestamente pensate che a quest’ora ne saremmo stati edotti?

Non si può delegare a soggetti terzi il controllo, più o meno palese, dell’istruzione pubblica. Così facendo non soltanto si nega ad alcuni, purtroppo molti, di accedervi: si nega a tutti la possibilità di usufruire democraticamente della conoscenza. Se le ricerche saranno “interessate”, lo sarà anche la divulgazione dei suoi risultati. Gli italiani stanno perdendo la libertà di sapere, di venire forniti dei dati e degli strumenti atti a discernere i pro dai contro di ogni realtà: per noi, d’ora in poi, decideranno le fondazioni.

La conoscenza diventa una “donazione”, smette di essere un diritto costituzionale.

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